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Mercoledì 25 Gennaio 2012 16:06

Autostima, Coppia e Sessualità

Autostima, Coppia e Sessualità

di Davide Sacchelli

Siamo abituati a pensare che quello che vediamo esiste, che ciò che ci accade intorno sia ovvio ed evidente. Questo ci induce spesso a pensare che gli altri vedano le cose allo stesso modo nostro, che il mondo dentro al quale viviamo sia un dato di fatto, che sia scontato. Riteniamo di conoscere sempre la verità e, soprattutto, siamo abituati a pensare che la verità sia una, unica e incontrovertibile.

Ci hanno abituati a pensare così fin da piccoli del resto; da una parte esiste la verità, dall’altra le bugie e il mondo di quelli che non dicono la verità: i bugiardi.
Purtroppo tutto ciò è falso. Quando ci hanno spiegato che la verità è “una e pura”, ci hanno proprio detto una bugia.
L’essere umano è una “macchina interpretativa”; tutto quello che vediamo passa inevitabilmente attraverso il nostro giudizio, è irrinunciabilmente e definitivamente sottoposto alla nostra spiegazione.
Spesso non ci rendiamo conto di questo meccanismo ma, con un po’ di attenzione, è piuttosto facile scoprire che quotidianamente, attimo per attimo, giorno dopo giorno, non facciamo altro che dare spiegazioni alle cose che ci succedono attorno: il piatto in cucina è caduto perché l’ho urtato, il figlio della mia amica si è fatto bocciare perché non ha studiato abbastanza, il collega di lavoro si è comportato male perché è un impulsivo, etc.
Dobbiamo spiegare tutto. Dobbiamo continuamente interpretare il senso di quello che ci succede attorno.
Si tratta del nostro modo di comprendere la realtà e si tratta anche di un modo che ci aiuta a sentirci a posto, a sapere che tutto è sotto controllo e che non ci sono pericoli sconosciuti in agguato dietro la porta.

Come facciamo a fornirci continuamente delle spiegazioni?  Ci basiamo su quello che sappiamo, su quello che conosciamo; non c’è altro, del resto, su cui potere fare minimamente affidamento.
Portando questo discorso all’interno di una dimensione relazionale, il meccanismo non cambia: spieghiamo il comportamento degli altri sulla base di quello che sappiamo e conosciamo o meglio, sulla base di quello che pensiamo e che abbiamo imparato.
Quando ciò che facciamo è spiegare il comportamento di una persona in relazione a noi, rientrano nella spiegazione fornita anche molti elementi relativi a noi stessi.

Quello che sappiamo di noi stessi, cioè, ci fornisce la base per spiegare il comportamento dell’altro: il nostro capufficio ci ha ripresi per un ritardo eccessivo nello svolgimento di una lavoro; se crediamo di avere lavorato bene e con continuità penseremo che il rimprovero sia ingiusto e che il nostro capufficio sia per esempio eccessivamente nervoso; se viceversa crediamo di non avere effettivamente svolto adeguatamente il nostro lavoro, tenderemo a ritenere la sfuriata del capufficio giustificata e necessaria.
Seguendo questa logica, si può affermare che non esiste una verità ma molte verità individuali o soggettive.
Ciascuno cioè ha le sue verità e crede fermamente che siano le uniche verità possibili.
Nella vita di coppia, l’idea che esista una e una sola verità e che sia condivisibile è spesso fonte di enormi danni e grandissime sofferenze. Accade molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammetere che la nostra verità sia ritenuta, da noi stessi, la più vera. Accade quindi, senza che riusciamo ad essere consapevoli fino in fondo della cosa, che riteniamo la nostra verità una verità assoluta evidente anche alle persone che ci circondano.

Da questo tipo di atteggiamento nascono tutta una serie di fraintendimenti che all’interno della vita di una coppia possono creare ogni genere di incomprensione o generare aspettative rispetto al partner del tutto inverosimili.
La nostra personale verità circa noi stessi produce esiti in chi ci sta a fianco. In che modo?
Ogni idea relativa al nostro modo di essere viene tradotta in relativi comportamenti ai quali chi ci sta vicino assiste o con i quali dovrà interagire.
 Se penso di essere una persona intelligente è probabile che tenderò, quando se ne presenta l’occasione, a esprimere la mia opinione senza troppe remore. Se penso di essere una persona attraente forse mi vestirò, coerentemente con questo pensiero, senza sentire la necessità di valorizzarmi in modo eccessivo. Se penso di essere troppo invadente è probabile che cercherò di non intromettermi quando due persone stanno parlando tra loro senza badare troppo alla mia presenza.

Le idee su noi stessi che maggiormente hanno un’influenza sul nostro modo di comportarci e quindi in particolare sulle persone che ci sono più prossime, sono le idee negative. Questo accade perché quando sentiamo che c’è qualcosa che non va in noi, quasi sempre,  tendiamo a mettere in atto comportamenti auto-correttivi.
Se ci sentiamo brutti o in disordine, potremmo andare ad esempio dal parrucchiere perché ci aiuti a migliorare il nostro aspetto. Un bambino che viene sgridato o sanzionato con una punizione o una nota di demerito, tendenzialmente cercherà di comportarsi, almeno per una manciata di minuti dopo l’evento, in modo più consono o più adeguato.

Il concetto di autostima è un concetto super-utilizzato in psicologia ed è entrato da tempo a far parte dell’uso comune. Nel mondo del lavoro spesso è associato a un’idea di personalità vincente e  competitiva e questo non dovrebbe in realtà suonare strano perché siamo abituati a ragionare in questo modo fin da piccoli; alla lavagna, quando eravamo a scuola, molti di noi hanno scritto o visto scrivere da qualche compagno di classe la lista dei buoni e dei cattivi. Ciò che ci spingeva a desiderare di essere nella lista dei buoni non era solo il timore della reazione dell’insegnante nel vedere il nostro nome nella parte della lavagna dedicata alla “lista nera”; era qualcosa di diverso, forse la necessità di essere sottoposti ad un giudizio morale e potere “uscirne bene”; la necessità di sapere di essere meritevoli, il bisogno di sentirci adeguati ai valori comuni che ci dicono che i bambini bravi sono quelli che sanno essere buoni.

E che cosa ci dicono da sempre i valori comuni, l’opinione comune, la televisione, le persone che ci circondano circa il valore di una persona? E’ molto semplice: ci dicono che chi vale ha il diritto di esistere, di essere riconosciuto e accettato e che chi non vale è indegno di considerazione, immeritevole di qualsiasi riconoscimento, soprattutto, chi non vale è indesiderato.
In una pubblicità di una nota marca di cosmetici un’attrice molto attraente usa un certo prodotto e accompagna la sua azione con questa frase: “…perché io valgo.” Merita di usare quel prodotto chi vale. Chi non vale è inutile che usi prodotti di marca e in ogni caso non meriterà di usarlo. Viviamo in un mondo che è meritorio, competitivo, che premia il migliore e copre di vergogna chi arriva secondo.
E a nostra volta, in modo più o meno consapevole, abbiamo assorbito questi valori, questo modo di ragionare e lo usiamo abitualmente sia per giudicare gli altri che per giudicare noi stessi.

Come i destini di una coppia possono essere legati a queste considerazioni di valore o non-valore degli individui?
Come detto sopra, quello che sappiamo di noi stessi, ci fornisce la base per spiegare il comportamento dell’altro.
Se reputiamo di essere persone meravigliose  troveremo assolutamente comprendibile il fatto che il nostro partner ci cerchi o ci ami. Se reputiamo di essere persone pessime troveremo quanto meno strano  che il nostro partner ci cerchi o ci ami. In molti casi non riusciremo neppure a spiegarci davvero o a credere che l’altro o l’altra ci abbia effettivamente scelto.
Conosco coppie che vivono insieme da moltissimi anni e ho sentito dire a molte persone che fanno parte di queste coppie “rodate” frasi quali: “io ho sempre vissuto con la chiara sensazione che lui/lei non mi amasse davvero; che dicesse di amarmi ma che fosse in realtà innamorato della sua ex”; o ancora: “lei meriterebbe qualcosa di meglio di me…
In situazioni come queste, non c’è niente che il nostro lui o la nostra lei possa realmente fare per convincerci di essere persone meravigliose, attrenti e uniche. I tentativi di valorizzazione del partner hanno lo stesso effetto che avrebbe una caramella su una persona che vaga nel deserto da un mese senza mangiare. Anzi, peggio.
I complimenti o gli apprezzamenti dell’altro sono vissuti come ambigui o addirittura falsi. Chi non si comporta in modo conforme alla verità è un bugiardo! Certo, stiamo parlando della vera verità: la nostra.
Chi dice che in un cesto di frutta sceglierebbe la pera marcia, sta mentendo, perché chiunque sceglierebbe la pera sana e lascerebbe lì quella ammaccata.
E dei bugiardi inoltre, non ci si può fidare, questo è poco ma sicuro.

Dietro coppie che litigano accanitamente spesso si nascondono insicurezze o mancanza di autostima di uno o di entrambi i membri del sodalizio. Quello che accade è che i due partner parlano lingue diverse e sono destinati a non capirsi fino al momento in cui ad uno a ad entrambi non verrà il dubbio che quello che l’altro dice è vero.
I comportamenti dell’altro infatti sono letti e interpretati sulla base di un’idea di disistima di sé. L’idea di fondo legata ad una mancanza di autostima può essere espressa così: “io non posso essere amato”.
Una situazione che si verifica piuttosto di frequente è questa: la sessualità tra i due componenti della coppia è bloccata perché l’approccio sessuale del partner è inteso come pura ricerca di un soddisfacimento fisico da parte dell’altro o dell’altra, sussistendo in sottofondo l’idea di non potere essere amati. La sessualità del partner è allora vista come una forma di egoismo masturbatorio e alla ricerca di un approccio da parte di uno dei due, segue sistematicamente un rifiuto da parte dell’altro.

Peraltro, c’è da dire che viviamo immersi in una cultura che ci fornisce moltissime conferme a questo tipo di idee attraverso i pregiudizi e gli stereotipi. Uno di questi è l’idea che la sessualità maschile sia una sessualità meccanica  che mira esclusivamente al soddisfacimento corporeo tout court. Secondo questo tipo di stereotipo qualsiasi donna può essere paragonata per un uomo ad una golosissima torta di panna e fragole che non suscita altro desiderio che quello di essere mangiata.

Ma aimè non è così. Non tutti apprezzano le torte di panna e fragole! Ciascuno uomo, come ciascuna donna, ha i suoi gusti. E sceglie di solito il partner sulla base dei propri personalissimi intendimenti e delle proprie preferenze.
Per moltissime persone l’atto sessuale non è qualcosa che accade intenzionalmente o in modo premeditato, sia per gli uomini che per le donne. Ad un primo avvicinamento  fatto di ricerca di contatto, di desiderio di coccole o conferme, possono seguire le carezze, i baci e il petting che preludono all’atto sessuale oppure no.
In molti casi anche l’avvicinamento fisico del partner con intenti puramente affettivi (coccole, contatto, etc.) è tuttavia letto come una ricerca finalizzata dell’amplesso. Di un atto sessuale egoistico e meccanico. E questo accade in senso bi-direzionale, sia per gli uomini che per le donne, quando viene messa da parte, accantonata l’idea di potere essere l’oggetto preferito del desiderio dell’altra persona, quando all’altra persona viene cioè negato l’impulso d’amore che è legato alla ricerca di contatto o al desiderio sessuale.
Naturalmente non tutte le situazioni entro le quali sussiste una difficoltà nell’approccio sessuale sono collegate ad una mancanza di auto-stima; può mancare il desiderio di contatto con il partner, può mancare l’amore, possono esserci molte altre tipologie di problema che innescano le difficoltà sul piano del contatto corporeo.

Parlando di stima di sé, tuttavia, è importante sfatare un mito: non sempre una mancanza di auto-stima è caratteristica delle persone insicure. Conosco moltissime persone professionalmente affermate, assertive e ben determinate,  che non mostrano mai insicurezze o cedimenti e che tuttavia hanno un’idea di sé non particolarmente positiva.
All’interno della coppia spesso è molto difficile vedere nel partner questo “fenomeno”. Nella maggior parte dei casi le persone mediamente “sane” ed equilibrate sul piano psichico sono persone che, come si dice in psicologia dinamica, dispongono di difese integre. Le “difese” sono quei meccanismi psichici che permettono agli individui di funzionare nonostante la normale presenza di eventuali difficoltà di fondo.
Le difese si esprimono, sul piano della relazione, attraverso dei comportamenti.
Spesso capita, per esempio che il partner si “difenda” attraverso un comportamento che non è affatto insicuro o traballante ma anzi, deciso, sicuro di sé se non addirittura  aggressivo.

E’ per questo che ad esempio nella gelosia patologica il partner geloso diventa un persecutore del proprio oggetto d’amore. Ed è per questo che, nella maggior parte dei casi, la persona oggetto d’amore non riesce a vedere la presenza di una carenza sul piano dell’autostima nel partner. Essendo troppo impegnata a difendersi dagli attacchi e dalle insinuazioni del compagno o della compagna, non rimane spazio per vedere in questi la presenza di una debolezza e la necessità di essere sostenuto.

In analisi Transazionale l’idea che una buona percezione di sé sia collegata ad un buon funzionamento relazionale, è un’idea molto conosciuta. Per gli analisti transazionali, una coppia relazionale che funziona è una coppia che si basa su questo principio: “io sono ok, tu sei ok”.
Chiaramente la forma affermativa di questa asserzione presuppone la possibilità di due forme negative: “io non sono ok, tu sei ok”; o anche “io sono ok, tu non sei ok”.

Queste due forme negative sono tuttavia interrelate e tendono ad auto-generarsi reciprocamente nel tempo. Perché se “io non sono ok e tu sei ok”, come spiegato sopra, la nostra relazione non funzionerà.
Quando qualcosa non funziona, la “macchina interpretativa” umana deve trovare delle spiegazioni, delle responsabilità o delle cause. Se la relazione non funziona , l’altro, prima o poi, inizierà a reclamare, a farsi sentire, ad attribuire responsabilità, a difendersi in definitiva.
In questo momento l’altro inizia ad avere comportamenti (per es. rabbia) non tanto ok. E se l’altro mostra comportamenti non-ok allora diventa sua la responsabilità del malfunzionamento e, per differenza, mio il merito di essere ok.

 

Davide Sacchelli